Non morire per il lodo

La graticola di Gianfranco Fini continua ad arrostire a fuoco lento Silvio Berlusconi e il suo governo, in attesa di farlo cadere quando sarà cotto a puntino. La successione di aperture e interdetti sul lodo e sulla giustizia serve a mettere in luce la debolezza della maggioranza, le uscite demagogiche a favore delle popolazioni vesuviane in rivolta rendono meno efficace l’azione articolata volta a isolare i violenti e a pattuire soluzioni accettabili.
12 AGO 20
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La graticola di Gianfranco Fini continua ad arrostire a fuoco lento Silvio Berlusconi e il suo governo, in attesa di farlo cadere quando sarà cotto a puntino. La successione di aperture e interdetti sul lodo e sulla giustizia serve a mettere in luce la debolezza della maggioranza, le uscite demagogiche a favore delle popolazioni vesuviane in rivolta rendono meno efficace l’azione articolata volta a isolare i violenti e a pattuire soluzioni accettabili, l’attacco frontale a Sergio Marchionne punta a indebolire l’asse della responsabilità che si è stabilito tra sindacati moderati e Fiat per affrontare i problemi della produttività, che sono poi quelli della crescita. Si può pensare che Berlusconi se l’è cercata, rompendo in modo impolitico col presidente della Camera, oppure che il disegno di quest’ultimo fosse fin dall’inizio incompatibile con il mantenimento dell’asse di governo basato sull’alleanza tra Pdl e Lega. In ogni caso, la trappola è scattata e uscirne sarà assai arduo.
La tattica del sorriso, il rifiuto di accettare le provocazioni, l’esibizione di una (tardiva) virtù della pazienza, sono atteggiamenti che possono servire a guadagnare qualche giorno o qualche settimana. Per forzare l’assedio, però, è necessario che il tempo guadagnato sia impiegato per costruire una sortita sui temi complessi ma decisivi della situazione economica e delle aspettative sociali. Se il governo saprà rispondere alle esigenze del sistema produttivo, sia sul terreno fiscale sia su quello dell’ammodernamento delle regole e della contrattazione, se sarà in grado di aprire un dialogo costruttivo sulla politica per la famiglia (che non è solo il quoziente familiare), se riuscirà a mantenere la pace sociale minacciata da episodi ribellistici che non vanno sottovalutati, avrà una possibilità effettiva di consolidarsi e di durare. Se invece lascerà ai suoi avversari la carta della continua controversia sulle questioni della giustizia e su quelle istituzionali, perderà definitivamente l’iniziativa e dovrà solo attendere il colpo decisivo, quando agli altri converrà sferrarlo.
Naturalmente le posizioni di principio sul garantismo debbono essere mantenute e difese, ma con la flessibilità necessaria per ottenere qualche esito parlamentare effettivo. Riportando la partita politica sui temi cruciali delle condizioni per la ripresa, l’esecutivo può sfidare i suoi avversari, che su questo oscillano tra le utopie vendoliane, l’antagonismo della Fiom e l’ammirazione nascosta per Sergio Marchionne. Se proprio deve cadere, a Berlusconi conviene essere sconfitto su un progetto di ampio respiro di riforma fiscale e di sostegno alla crescita e alle famiglie, piuttosto che sul terreno infangato delle ritorsioni. E’ un’impresa difficile, in una fase sfavorevole, ma è l’unica strada rimasta aperta.